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Il Comune di Tarquinia in provincia di Viterbo conta
poco più di 15.000 abitanti e dista dal Capoluogo circa 45
km. Tarquinia, fino al 1872 Cornéto, quindi fino al 1922
Cornéto Tarquinia, si trova a 169 m d'altitudine su un colle
dominante da sinistra il basso corso del fiume Marta, presso la
Via Aurelia, nella Maremma laziale. È sede vescovile (diocesi
di Civitavecchia e Tarquinia).
Di notevole importanza storica e artistica, Tarquinia è centro
turistico (oltre che commerciale e agricolo) assai frequentato.
Nel territorio comunale si producono cereali e ortaggi, si alleva
del bestiame e sono presenti le antiche Saline, oggi Riserva Naturale
di Popolamento Animale delle Saline di Tarquinia.
Nel territorio, sul litorale, si trova la stazione balneare in crescente
sviluppo di Lido di Tarquinia.
È patria dei cardinali Giovanni Vitelleschi e Adriano Castellesi
e del poeta Vincenzo Cardarelli. L'attuale città di Tarquinia,
ricca di monumenti medievali, si trova nell'Alto Lazio, circa ottanta
chilometri a nord-ovest di Roma. Essa possiede presso il Museo Nazionale
una delle maggiori raccolte di reperti etruschi. Dal museo partono
inoltre le visite guidate alle affascinanti tombe dipinte delle
necropoli che si trovano nelle vicinanze della città nuova.
Tra i reperti conservati nel museo di Tarquinia ricordiamo: i sarcofagi;
i corredi funebri ritrovati nelle vicine necropoli che comprendono,
tra le altre cose, vasi di ogni tipo e provenienza; decorazioni
appartenenti al tempio Ara della Regina; ed infine alcune tombe
dipinte, qui trasferite per salvarle dalla distruzione.
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| Provincia di Viterbo / il Comune di
Tarquinia in Provincia di Viterbo |
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TARQUINIA
Con il nome di Tarch(u)na, che deriva
da quello dell'eroe eponimo Tarconte, Tarquinia fu una
delle più antiche città etrusche, se non
la più antica, e la più importante della
Dodecapoli. Collegata attraverso i due re Tarquini (Tarquinio
Prisco e Tarquinio il Superbo con le più antiche
vicende della Storia di Roma, con la quale fu più
volte in guerra, fu infine sottomessa all'inizio del III
secolo AC (forse nel 281). In epoca barbarica fu più
volte devastata e pian piano si spopolò, anche
a causa della malaria, fino a scomparire del tutto probabilmente
nel VII secolo. Gli abitanti superstiti, trasferitisi
su un vicino colle, fondarono un nuovo centro denominato
Corgnetum o Cornietum (da cui il nome italiano Corneto)
che fu in seguito munito di fortificazioni a difesa delle
proprie istituzioni comunali. Corneto resistette validamente
nel XIII secolo all'assedio dell'imperatore Federico II.
Si oppose anche alle mire della Chiesa, la città
fu infine ridotta all'obbedienza dal cardinale Egidio
Albornoz (1355) e da quel momento, anche se con brevi
interruzioni, rimase stabilmente allo Stato Pontificio
condividendone le vicende. La sua diocesi risale al V
secolo e nel 1854 fu unita a quella di Civitavecchia.
Nel periodo precedente la seconda guerra mondiale divenne
sede della scuola di paracadutismo. L'antico centro di
tarquinia sorgeva su un'altura, corrispondente all'attuale
Pian di Civita; sono scarsi i resti dell'abitato, di cui
sono visibili solo gli imponenti avanzi di un tempio,
oggi detto Ara della Regina (44 × 25 m), datato
intorno al IV - III secolo a.C.; l'edificio, con unica
cella e colonnato, era costruito in tufo con sovrastrutture
in legno e decorazioni fittili. È identificabile
il tracciato della cinta urbana, adattato all'altura per
un percorso di 8 km circa (IV - III secolo a.C.). Un elemento
di eccezionale interesse archeologico è costituito
dalle vaste necropoli che racchiudono un grande numero
di tombe a tumulo e scavate nella roccia, nelle quali
appare conservata una straordinaria serie di dipinti,
che rappresentano il più cospicuo nucleo pittorico
a noi giunto di arte etrusca e al tempo stesso il più
ampio documento di tutta la pittura antica prima dell'età
imperiale romana. I sepolcri, modellati sugli interni
delle abitazioni, presentano le pareti decorate a fresco
su un leggero strato di intonaco, con scene di carattere
magico-religioso raffiguranti banchetti funebri, danzatori,
suonatori di aulós, Giocoleria, paesaggi, in cui
è impresso un movimento animato e armonioso, ritratto
con colori intensi e vivaci; dopo il V secolo a.C. figure
di demoni e divinità si affiancano agli episodi
di commiato, nell'accentuarsi del mostruoso e del patetico.
Tra i sepolcri più interessanti si annoverano le
tombe che vengono denominate del Guerriero, della Caccia
e della Pesca, delle Leonesse, degli Auguri, dei Giocolieri,
dei Leopardi, dei Festoni, del Barone, dell'Orco e degli
Scudi. Parte dei dipinti, staccati da alcune tombe allo
scopo di preservarli (tomba delle Bighe, del Triclinio,
del Letto Funebre e della Nave), sono custoditi nel Museo
nazionale tarquiniese; altri sono visibili direttamente
sulla parete su cui furono realizzati, restituendoci la
conoscenza della scomparsa pittura greca, cui sono legati
da vincoli di affinità e dipendenza. Di minor livello
artistico appare la scultura in pietra, presente in rilievi
su lastre o nella figura del defunto giacente sul sarcofago;
notevole tra gli altri il sarcofago calcareo della tomba
dei Partunu, opera di pregevole fattura, databile a età
ellenistica; tra le decorazioni fittili, un frammento
ad alto rilievo, proveniente dal frontone dell'Ara della
Regina, è conservato nel Museo nazionale tarquiniese,
ove è raccolta tra l'altro un'importante serie
di reperti ceramici, bronzi laminati, rilievi e terrecotte
provenienti dalla zona, databili dal periodo geometrico
al tardoetrusco. La città conserva, soprattutto
nei quartieri settentrionali, uno spiccato carattere medievale,
accentuato dalle numerose torri dalle mura e da parecchie
chiese. Fra queste la più grandiosa e importante
è Santa Maria di Castello (1121-1208) in cui si
notano influssi lombardi e cosmateschi. In altre chiese,
come San Giacomo e la Santissima Annunziata, si notano
influssi arabi e bizantini. Compongono il più caratteristico
scenario medievale della città i resti del palazzo
dei Priori, alcune torri e la chiesa di San Pancrazio;
in questa chiesa, come in numerose altre (San Francesco,
San Giovanni), le forme gotiche si innestano su quelle
romaniche. Il grandioso palazzo Vitelleschi, iniziato
nel 1436 e completato in eleganti forme rinascimentali
verso il 1480-1490, è sede del Museo nazionale
tarquiniese. Al Rinascimento appartengono anche gli affreschi
di Antonio del Massaro da Viterbo (detto il Pastura) nel
coro del duomo e quelli di autore ignoto nel palazzo Vitelleschi.
Tra i vari edifici barocchi di tarquinia è notevole
la chiesa del Suffragio. A poco più di tre chilometri
a est della nuova città di Tarquinia si trova la
necropoli dei Monterozzi. Essa è celebre per le
stupende pitture delle sue tombe affrescate, che rappresentano
una delle più ampie testimonianze di arte pittorica
del mondo antico. Le tombe dipinte di cui oggi conosciamo
l'ubicazione sono più di centocinquanta, ma di
queste solo una piccola parte è visitabile. Nella
prima fase della storia di Tarquinia
le tombe sono prevalentemente a tumulo o a cassone, cioè
rivestite di lastre calcaree.
Dalla metà del VI secolo a.C., con lo sviluppo
economico, incomincia l'epoca delle tombe affrescate.
Queste tombe tipicamente hanno un corridoio di accesso
a gradini scavato nel fianco della collina che conduce
ad un vano rettangolare, in cui trovano posto i corpi
dei defunti. Pareti e soffitto sono decorati da pitture
in cui troviamo una grande varietà di temi ispirati
alla vita quotidiana: banchetti, danzatori e musici, giochi
di atletica o gladiatorii, cortei funebri. Nell'area dove
sorgeva la città di Tarquinia sono stati rinvenuti
i resti di un'area sacra della prima metà del IV
secolo a.C., detta "Ara della Regina". Si tratta
di un tempio a pianta rettangolare con una cella divisa
in tre parti, fiancheggiata da due ali e preceduta da
un portico frontale chiuso da due file di colonne. Nel
museo di Tarquinia sono conservati parti
di decorazioni e frammenti di iscrizioni relative alla
vita dei sacerdoti del tempio. Il pezzo più importante
giunto fino a noi è un gruppo policromo in altorilievo
che doveva decorare il frontone del tempio, raffigurante
due cavalli alati di splendida fattura attaccati al timone
di una biga.
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E’ da Tarquinia
che ha origine la famiglia reale romana dei Tarquini ed
è in questa città che nasce il mito etrusco
di Tagete e Tarconte, fondatore della decadopoli dell’Etruria
Meridionale. Gli Etruschi ebbero una abbondante letteratura
soprattutto di carattere sacro, ma sappiamo anche dell'esistenza
di alcuni scritti storiografici come le Tuscae historiae.
Purtroppo di tutto ciò nulla ci è pervenuto
e quindi ignoriamo l'immagine che questo popolo aveva
lasciato di se stesso e conosciamo solo quella trasmessaci
dagli storici Greci e Romani, ma anch'essa lacunosa e
frarnmentaria perche sonò andate distrutte tutte
le opere da questi specificatamente dedicate agli Etruschi.
Poche pertanto sono le notizie sulla storia di Tarquinia
ma sufficienti tuttavia a mostrarci che la città
era considerata una delle più importanti del popolo
etrusco. Le fonti antiche si soffermano soprattutto sulle
sue origini leggendarie e sui suoi rapporti con Roma.
Secondo Strabone, Eustazio, Stefano Bizantino e Giustino,
fu l'eroe Tarconte - figlio o fratello del re lidio Tirreno,
condottiero appunto dei Tirreni (cioè degli Etruschi)
dalla Lidia all'Italia - il fondatore della città
che da lui prese il nome. Sempre a Tarconte veniva poi
attribuita la fondazione delle tradizionali dodici città
dell'Etruria propria e a Tarconte e a Tarquinia quella
delle dodici città dell'Etruria Padana (Strabone
e Verrio flacco). Ancora a Tarquinia, sottolineandone
l'enorme prestigio culturale, è riportata l'origine
dell'aruspicina ovvero di quella pratica divinatoria ottenuta
attraverso l'ispezione delle viscere delle vittime sacrificali
(Cicerone, Censorillò, Ovidio e Giovanni Lido);
nei dintorni della città veniva infatti localizzata
la nascita miracolosa del divino fanciullo Tagete, maestro
della disciplina aruspicale cui per secoli sarebbero stati
educati fin da piccoli i figli dei principi etruschi per
costituire un potentissimo ordine sacerdotale, l'hordo
aruspicum, che manterrà intatto il suo prestigio
fin in epoca romana.
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